Mi hanno sempre detto: tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami. Ma guardate il seme. Perché la quercia morirà. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo. 

“Papà” Alcide Cervi

 

Scritto e diretto da Eugenio Sideri
Con Leonardo Bianconi, Enrico Caravita, Matteo Ciccioli, Elisa Lolli
E con Emily Bortolotti, Dario Robuschi, Tommaso Pecorari, Anna Violi
Assistente alla regia Marco Santachiara
Scenografia Luca Prandini
Light designer Alessandro Pasqualini
Costumi Monica Salsi
Traduzioni nel dialetto della campagna reggiana a cura di Damiano Scalabrini

Produzione Istituto Alcide Cervi
In collaborazione con Fondazione I Teatri di Reggio Emilia e Centro Teatrale MaMiMò

 

 

Il 28 ottobre 1945 migliaia di persone accompagnarono da Reggio Emilia al cimitero di Campegine i feretri dei
Sette Fratelli Cervi e di Quarto Camurri. Quel corteo sancì l’ingresso della loro vicenda nella Memoria pubblica
e collettiva della Resistenza italiana.
Nell’ambito delle iniziative per l’80° anniversario della Liberazione, il progetto teatrale e civile si propone di
valorizzare quella data come simbolo, mettendo in relazione storia, educazione e partecipazione attiva delle comunità.

 

La mattina del 25 ottobre 2025, alle ore 10, da Casa Cervi è partito un corteo a piedi che, in un percorso di circa quattro chilometri, ha raggiunto il Cimitero di Campegine, dove riposano i Sette Fratelli e i loro genitori, Genoeffa e Alcide.

Nel tardo pomeriggio, alle ore 19, un secondo corteo si è mosso dal Poligono di Tiro di Reggio Emilia, luogo della fucilazione dei Cervi e di Quarto Camurri, per raggiungere il Teatro Ariosto, dove alle 20.30 ha debuttato lo spettacolo “I 7 Cervi. Hanno arato la terra e cadendo l’hanno seminata”.

 

 

I 7 Cervi

Note di regia

 

Son sette le lettere della Memoria.

A, di Aldo.
Sono partito da un pensiero che era, ed è, un ordigno esploso nella pancia: perdere 7 figli. In un attimo, in un momento, ritrovare sette sedie vuote in quella stanza che aveva visto una famiglia contadina radunarsi, parlarsi, ragionare, leggere, raccontare “fole”. All’improvvisto la stanza si fa silenzio e il vuoto avanza inesorabile, come la nebbia della campagna emiliana.

G, di Gelindo.
Ho ascoltato questa terribile sensazione che mi aggrovigliava le viscere e mi schiacciava le spalle: dolore che ti taglia, ma anche rabbia, anche un grido che si fa pianto e lamento e rivolta.

F, di Ferdinando.

I Cervi e Antigone. Una madre e una sorella rivendicano il proprio lamento e vogliono la dignità di sepoltura per i loro cari, rubati alla vita per una idea di Libertà.

A, di Antenore.
Ho cercato il racconto, in una misura cronologica, camminando con Genoeffa e Antigone a ritroso, per ricordare da dove tutto aveva avuto inizio, e come.  Dai Campi rossi, presi in affitto per realizzare nuove tecniche di lavoro, alle parole di Sofocle e del popolo di Tebe.

O, di Ovidio.
E’ proprio il Coro che si fa protagonista, ieri come oggi, nella rivolta contro il potere della dittatura; Coro-Popolo che canta, che si batte, che resiste.

E, di Ettore.
Alcide si fa Tiresia e, come un indovino, legge negli incubi neri della notte che inghiottirà i suoi figli e che darà voce a Don Pasquino Borghi, di lì a poco fucilato per la sua militanza antifascista.

A, di Agostino.
Non volevo la verosimiglianza, e nemmeno la rievocazione, ma trovare un denominatore comune alle due vicende per dar voce ad una unica voce, come se anche i personaggi smettessero di essere tali ed entrassero del Coro di quell’unico funerale del 28 ottobre 1945.

Poi c’è la C, che raccoglie tutto l’alfabeto. C di Cervi.

C come chi combatte, chi non molla, chi non si è arreso nemmeno dinanzi al plotone d’esecuzione, C come madri e padri che han guardato il seme e in lui han visto il futuro.