Un nome, quasi una leggenda, nelle corse ultra-trail. Un nome che evoca vittorie e imprese. Un uomo, che ha cercato riscatto nella corsa.

E quando le parole si azzerano, quando il clamore si cheta, quando le medaglie lasciano il posto al respiro e al battito del cuore, ecco, lì abbiamo cercato Marco Olmo.

Un campione che non vuole esserlo, un uomo e i suoi passi, uno dopo l’altro, a girare due volte la crosta terrestre. Ma prima di tutto un uomo, che smaschera la vanità del campione e offre se stesso e la sua vulnerabile umanità. Ed è lì che abbiamo provato a cercare, ad immaginare, a raccontare. Siamo partiti da alcuni aneddoti e imprese che ha compiuto, abbiamo provato a respirare con lui, indotti da quella ‘tigna’ che si fa ostinazione, cocciutaggine, che respira vendetta e riscatto.

 

Con Olmo abbiamo attraversato montagne e deserti, ripercorrendo alcune tappe dei chilometri che “il mulo” ha corso. Atleta, uomo o eroe?Sicuramente modello che non cerca imitazioni pedisseque, non segue e non offre regole e comportamenti, ma che si mostra e ci mostra quella possibilità di non smarrire la propria personale ricerca di se stessi. Come ha dire: io l’ho fatto attraverso la corsa, adesso tocca a voi.

La sabbia cancellerà le impronte, ma non la storia di Marco Olmo.

Io non corro, ma partecipo a Epica dell’acqua.

E lo faccio scrivendo. “OlmO. Io corro per vendetta” è un monologo sulla corsa. E non una corsa qualsiasi. Parliamo di ultra trail. Parliamo di uno dei suoi campioni, Marco Olmo.

Sono competizioni in cui i corridori mettono alla prova se stessi, come atleti e come uomini: mente e corpo sfidano i km, le salite, il sole accecante, i ghiacci.

Quando Alberto Marchesani mi ha parlato di queste competizioni, ho pensato che fossero dei matti. Chi te lo fa fare, mi dicevo, di correre nel deserto per 6 giorni consecutivi? Nemmeno i premi, irrisori. La sfida con se stessi? Con la Natura?

Poi ho conosciuto Marco Olmo. E a lungo, con Alberto, ci siamo di nuovo confrontati.

Forse ho capito. E ho iniziato a scrivere.

La corsa, questo tipo di corsa, varca i limiti e ci mette a nudo. La sfida più grande è con noi stessi. Con le proprie paure, con quella parte della luna che c’è e che non vediamo. O meglio: che non vogliamo vedere. Perché è di noi che stiamo parlando. Di quello che la vita ci ha concesso e no, delle piccole o grandi sconfitte, di quelle persone o quei fatti che ci hanno offeso, ferito, insultato, di quelli a cui avremmo voluto dire e non abbiamo detto. Non c’è una misura, non c’è una gradazione: gli avvenimenti personali in cui

inciampiamo, durante gli anni, hanno un impatto emotivo su ciascuno di noi in modo diverso. E, perdonate la psicologia spicciola, ognuno di noi li conserva, ognuno sceglie se tenerli e spazzarli con la polvere sotto al tappeto o affrontarli.

O correre intorno al Monte Bianco per 18 ore. O nel deserto. O tra i ghiacci. E lì è proprio questa sfida che si mette in moto, e fa muovere le gambe, e andare avanti. Le vendette. Quei silenzi sopiti si fanno carburante per i passi, quel “avrei fatto” o “avrei detto” sono ossigeno per i muscoli. Immagini, ricordi, traumi, sogni infranti, dolori diventano motivo di rivincita. Vendette che si attuano nella corsa.

E forse anche io, seppur profondamente pigro e sicuramente non più sportivo, ho trovato nel racconto, tra le parole, la mia vendetta. Ho incontrato le mie vendette. E dolorosamente le ho affrontate, parola dopo parole, facendo marciare Marco Olmo per due volte intorno al mondo.

Il 14 ottobre 2023 Enrico Caravita ha raccontato tutto questo ad Albarella, un’isola  nel delta del Po, al termine della seconda tappa dell’ Epica dell’acqua, in cui c’è un palazzo storico veneziano, Ca’ Tiepolo. E in futuro speriamo di essere correre con Olmo anche altrove.