Tornare alle parole di terra: E’ vént de cuntrêri


Sono trascorsi 25 anni dalla prima stesura di Vént.
Con Sam la cantavamo e suonavamo insieme camminando sull’argine del fiume Montone, un po’ immaginando il blues del Mississippi.
Poi è rimasta nel cassetto.
Poi Tania, compagna di tanti viaggi.
Poi Gianni, che ha soffiato via dal testo la polvere, aiutandomi a farlo rinascere.
E poi ‘Fiora’ e la sua musica.
Vént è un lungo sonno, una notte trascorsa tra sogni e incubi, in cui davvero giureresti di essere sveglio, ma poi ti accorgi che non era vero.
Si muovono le figure abbozzate lungo questa ballad romagnola, dai contorni che sfuggono, dai lineamenti che scappano, un po’ come in certi quadri dove la linea è tracciata quasi in una sbavatura delicata.
Figure come un piccolo prete che urla in una chiesa diroccata, e poi il funerale dello sposo partito partigiano, e poi un’intera famiglia in cui ognuno è stato partorito seguendo un vento diverso. Anche un po’ come in un quadro di Bosch, dove realtà e allucinazione compongo l’intera visione, spinti da un vento che va e non fa domande.
Visioni che ci accompagnano nella nebbia, con i piedi che affondano tra acqua e terra.
Un ringraziamento particolare a: Famiglia Plazzi, Marco Montanari, Vania Marsura, Palma Fiammenghi.
Dedicato a Samuele Silvestroni

Ideazione, drammaturgia e regia Eugenio Sideri
Immagine copertina di Gianni Plazzi
Grafica Rendy Anoh
Foto di scena Marco Parollo
Scultura di scena: Classe archeologia e cultura e Spazio A
